RESTANO I FIORI

L’identità che sopravvive alla tortura

Un progetto di Valentina Tamborra per Medici Senza Frontiere
C’è un prima, c’è sempre un “prima”.
C’è un luogo che abbiamo amato, una canzone che abbiamo ascoltato per ore, intonandola a mezza voce o cantandola a squarciagola, una ninna-nanna tramandata nel tempo, un oggetto portafortuna o al quale comunque siamo legati.
E poi c’è una fiaba con la quale siamo cresciuti, qualcosa che amavamo fare e ci faceva stare bene, semplicemente bene.
Piccole cose quotidiane, nulla di straordinario, ma sono memoria, sono serenità, sono casa.

Ma cosa accade quando l’indicibile irrompe?
Quando il nostro mondo si frantuma,
i valori in cui credevamo si dissolvono,
ciò che amavamo viene spazzato via,
e noi stessi ci sentiamo smarriti?
Quel “prima” esiste ancora?

Da questa domanda nasce “Restano i fiori”.

Perché la vita si può ricostruire anche così: con un fiore, con un sasso, con una candela.
Un fiore per ogni momento da ricordare
Un sasso per quelli che vorremmo dimenticare
Una candela, per le persone che abbiamo amato e perso.
Sassi, fiori, candele – insieme raccontano la nostra storia.
Un mosaico di fotografia, voce e scrittura per narrare una vita frammentata, ma ancora ricca di bellezza e di luce perché – nonostante tutto – “restano i fiori”.

A Palermo, Medici Senza Frontiere ha avviato un progetto dedicato all’assistenza e alla riabilitazione di persone migranti sopravvissute a torture e violenze intenzionali. In collaborazione con l’Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico “Paolo Giaccone” e l’Università degli Studi di Palermo, il Dipartimento PROMISE (Promozione della Salute, Materno-Infantile, di Medicina Interna e Specialistica di Eccellenza) e la CLEDU (Clinica Legale per i Diritti Umani), il team di MSF gestisce un ambulatorio interdisciplinare rivolto a migranti e rifugiati. Il servizio offre supporto medico, psicologico, sociale e legale, sempre affiancato dalla mediazione interculturale, a una media di 76 pazienti attivi (dati 2024). I pazienti, provenienti da oltre venti paesi, hanno vissuto esperienze estreme di violenza, in particolare durante il transito in Libia.

Nel contesto di questo progetto, ho realizzato un lavoro collaborativo e multimediale dal titolo “Restano i fiori”- l’identità che sopravvive alla tortura. Il titolo del progetto trae ispirazione dalla linea della vita come elemento della Terapia espositivo-narrativa (NET Narrative Exposure Therapy ) utilizzata nel percorso psicoterapeutico per il recupero dal disturbo da stress post-traumatico.

L’obiettivo è ricomporre ciò che la tortura ha cercato di distruggere: l’identità. Il progetto intreccia fotografie, video, immagini Instax, testi scritti e tracce audio realizzate insieme ai pazienti, offrendo loro uno spazio in cui tornare protagonisti della propria narrazione, raccontandosi per ciò che sono, nella loro piena umanità. Ogni partecipante – tra cui figurano anche alcuni operatori dello staff – è stato invitato a condividere aspetti della propria vita e della propria storia: passioni, ricordi, sogni. Un invito a valorizzare gli elementi di bellezza e forza che continuano a esistere. Nonostante tutto.

 
 
 
 
 
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RESTANO I FIORI
L’identità che sopravvive alla tortura.

A Palermo, Medici Senza Frontiere porta avanti un progetto dedicato a persone migranti e rifugiate sopravvissute a torture e violenze intenzionali.
In collaborazione con l’Ospedale Universitario “Paolo Giaccone”, il Dipartimento PROMISE dell’Università di Palermo e CLEDU (Clinica Legale per i Diritti Umani), il team MSF offre un servizio interdisciplinare che comprende: assistenza medica, supporto psicologico, sostegno legale, mediazione interculturale, accompagnamento sociale.
Circa 76 pazienti attivi (dati 2024), provenienti da oltre 20 Paesi, ricevono cure e supporto dopo aver vissuto esperienze di estrema violenza, spesso durante la permanenza in Libia.
 
 
 
 
 
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KALIFA
“Ci sono tante persone che hanno affrontato quello che ho affrontato io e non ce l’hanno fatta. Posso dire che sono una persona fortunata: sono ancora vivo”.

Quando chiedo a Kalifa di raccontarmi una storia, qualcosa a cui tiene, il primo gesto che compie è quello di portarsi una mano al cuore. Un cuore nuovo, perché Kalifa ha subito un trapianto.
È arrivato in Italia in fin di vita dopo un viaggio che dal Gambia l’ha condotto in Senegal, in Mali e poi in Algeria e ancora in Libia.
C’è da chiedersi come abbia potuto resistere a tanto orrore questo ragazzo appena maggiorenne con gli occhi dolci e uno sorriso timido, che scrive canzoni per esprimere i propri sentimenti.
Sono testi dolorosi, ma carichi di speranza nonostante tutto.
“Mi hanno dato un altro cuore, il mio non funzionava. Ci sono molte cose che non posso ancora fare, ma sono vivo, posso lavorare, vedere bei posti, godere ogni piccolo momento, perché sono vivo”.
Continua a ripetere: “sono vivo” Kalifa, come se neppure al suo stesso respiro riuscisse a credere.
Perché è anche questo che fa la tortura: distrugge la realtà, la fa a brandelli, prova a cancellare tutto ciò in cui credi. Eppure Kalifa e il suo cuore malandato sono arrivati fino a qui, in Italia. È con il suo cuore, non con un oggetto, che Kalifa dice di aver affrontato il viaggio. Ed è con un cuore nuovo che oggi affronta il futuro che verrà.

Kalifa (originario del Gambia) è arrivato all’ambulatorio di Palermo ad ottobre 2024.
Oggi vive in un centro di accoglienza, frequenta un corso da sarto, scrive canzoni e vorrebbe diventare mediatore culturale.
 
 
 
 
 
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MAMADY
“Nella vita non puoi stare seduto ad aspettare che qualcosa succeda: ti devi alzare, darti da fare, lottare per il tuo futuro”.

Una maglia della nazionale di calcio francese e dei sandali in plastica: questo è ciò che Mamady ha conservato del viaggio attraverso il deserto e il Mar Mediterraneo, questo e gli incubi che di notte, per lungo tempo, gli hanno fatto compagnia perché se anche di giorno provi a guardare avanti, a ritrovare la speranza, di notte i ricordi tornano, si insinuano e ancora feriscono.
Passeggiamo fino al mare, camminiamo lentamente perché ciò che tormenta Mamady di notte non ha lasciato segni solo nella sua memoria.
La giornata è grigia, ha appena smesso di piovere: Mamady posa maglietta e sandali su uno scoglio e poi si volta a guardare il mare.
Mi racconta del suo sogno per il futuro, vorrebbe diventare camionista, gli piace l’idea di muoversi, di viaggiare, di lavorare e potersi così costruire qualcosa di suo.
Poi entrambi restiamo in silenzio: tutti e due guardiamo il mare ma, ne sono certa, vediamo due orizzonti diversi.

Mamady è arrivato all’ambulatorio di Palermo ad ottobre 2023 ed ha concluso il suo percorso terapeutico un anno dopo. Oggi vive in un centro di accoglienza e lavora saltuariamente in un ristorante. Vorrebbe diventare autista di camion.
 
 
 
 
 
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VERONIQUE
“Il fiore più grande è per mia figlia Edvige: vorrei rivederla”.

Veronique indossa un copricapo bianco con ricami dorati ed è elegantissima.
Arriva dalla chiesa, dove le piace andare ogni giorno, proprio come faceva in Costa d’Avorio.
Vorrebbe fare la pasticciera, aprire un suo negozio e cavarsela da sola perché per Veronique il coraggio è questo: riuscire a essere autonomi.
In Costa D’Avorio aveva imparato a lavorare il caucciù e aveva persino preso un diploma. Lo aveva incorniciato e appeso al muro, un simbolo della sua tenacia e delle sue capacità.
Non si è mai arresa, Veronique. Neppure quando ha perso l’uomo che amava per un malore improvviso, neppure quando ha dovuto ricominciare tutto da capo, da sola, in un paese straniero.
La sua linea della vita, nonostante i tanti dolori, è piena di speranza. Il fiore più bello però è per Edvige, sua figlia.
“È ciò che di più prezioso ho avuto dalla vita”

Veronique è arrivata all’ambulatorio di Palermo ad aprile 2024. Oggi vive in un centro di accoglienza e ha finito la scuola media.
 
 
 
 
 
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MAKA
“Non bisogna mai perdere la fede. Dobbiamo cambiare il modo in cui ci trattiamo gli uni con gli altri”.

Maka i segni del viaggio li porta addosso.
Non vuole essere ripreso in viso ma è lui a chiedermi di fotografare il suo braccio, invece.
Un braccio che porta delle cicatrici, anche se non le peggiori. Ha sofferto molto Maka, in tutti i modi in cui un essere umano può soffrire.
Non ha oggetti che ha conservato se non una foto sul cellulare, ritrae suo cugino e un amico, le persone con cui ha affrontato i momenti più duri.
“Mi ricordo prima di partire: eravamo seduti vicino al mare, ci dicevamo che ce l’avremmo fatta, che saremmo arrivati in Europa e poi è andata come è andata”.
Maka abbassa gli occhi, restiamo in silenzio per un po’ poi chiedo se si fida di inviarmi la foto.
Gliene stampo due copie, che sono niente, sono poca cosa ma davanti al dolore e alla perdita cosa possiamo dire? Cosa possiamo fare?
“Life goes on”, mi dice – ma quando gli porgo le fotografie le ripone con cura dentro al dizionario di italiano che porta sempre con sé nello zainetto. Sta studiando, vuole diventare contabile: il coraggio per Maka significa non arrendersi e continuare a guardare avanti.

Maka è arrivato all’ambulatorio di Palermo a giugno 2024. Oggi frequenta la terza media, sta facendo diverse esperienze lavorative ed è alla ricerca di un futuro migliore.
 
 
 
 
 
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DOSSO
“Vorrei solo che Nathan potesse crescere sereno”.

Dosso arriva tenendo per mano Nathan.
Le sue mani, screpolate e macchiate, accarezzano con delicatezza la testina del figlio.
Mi racconta che ogni giorno lava tutta la stanza dove dorme con il piccolo Nathan poiché c’è muffa e non vuole che il figlio si ammali. Lo guarda con amore, questa donna che di amore ne ha ricevuto ben poco e che è stata tradita proprio da chi amava.
Quando le chiedo di un ricordo felice, il suo pensiero corre subito a sua madre: mi racconta di come lavorava per lei e per tutta la famiglia, di come non si tirasse indietro davanti a nessun sacrificio pur di farli stare bene, di vederli felici.
Dosso vuole cantarmi una canzone che sua madre le cantava quando era bambina. Nella piccola stanza la sua voce si alza dapprima sottile e poi sempre più forte, una ninna-nanna che commuove entrambe.
Nathan lascia le macchinine con cui stava giocando e si avvicina: le manine sulle ginocchia della madre, la guarda negli occhi e sorride. È ancora piccolo e non parla, ma in quello scambio di sguardi c’è tutto l’amore che hanno provato a strappare a Dosso senza esserci riusciti.

Dosso è arrivata all’ambulatorio di Palermo a luglio 2024 e ha terminato il suo percorso terapeutico a novembre dello stesso anno. Vive con la sua famiglia in un centro di accoglienza.
 
 
 
 
 
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OLIVIER
“È tutto ciò che mi è rimasto: il vestito di mio padre e una camicia a cui sono affezionato. Tutto il resto è andato perso o sono stato io a distruggerlo. Mi succede di stare male, di avere brutti pensieri e così a volte mi sfogo sui miei oggetti”.

Eppure Olivier è arrivato qui con un sorriso bellissimo, abbiamo parlato di politica, di imperialismo, di dittature, di cosa significa l’unione fra le persone. Mi ha parlato del mito di Prometeo e di come rubò il fuoco per regalarlo agli uomini: “un atto di umanità”, lo definisce.
E poi ancora parla del ruolo degli intellettuali, dice che devono avere il coraggio di denunciare l’ingiustizia ovunque accada.
Della sua città, Abidjan, ricorda la musica e le partite allo stadio e l’attivismo politico che ancora gli brucia nel cuore nonostante tutto, nonostante sia stato il motivo della fuga.
“È un grande paese la Costa d’Avorio: lo sai quante culture ci convivono? Siamo aperti al mondo o almeno eravamo aperti al mondo”.
Mi racconta delle manifestazioni a cui prendeva parte e di come lottava per il futuro di un paese che ama.
Ora qui, in Italia, frequenta la scuola superiore. Dice che è stato difficile tornare a avere fiducia, che talvolta sente di “sopravvivere”, che al suo arrivo spesso gli capitava di piangere, di avere paura ma ora, con la terapia, va meglio.
Oggi lotta per costruire il sogno di un futuro, perché la speranza, come l’abito di suo padre, è sopravvissuta al tentativo di distruzione.

Oliver è arrivato all’ambulatorio di Palermo ad ottobre 2023. Oggi vive in un centro di accoglienza, frequenta le scuole superiori ed è molto attivo in campagne di sensibilizzazione sui diritti umani e cittadinanza.
 
 
 
 
 
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MOUSSA
“Il mio compleanno lo festeggio il giorno del mio arrivo in Italia, il 29 aprile”.

Moussa lo conosco da diversi anni. Ci siamo già incontrati in un’altra missione di Medici Senza Frontiere, sempre in Sicilia. Insieme avevamo ascoltato le testimonianze di molte persone ma non avevamo mai avuto modo di parlare della sua di storia.
Mamma del Burkina Faso, papà della Costa D’Avorio, Moussa arriva a Lampedusa il 29 aprile del 2011 partendo da Tripoli. Le storie che ormai da anni ascolta e traduce sono storie che conosce perché le ha vissute sulla pelle.
Esperienze che non ti abbandonano mai, che fanno parte di te tanto da farti riscrivere intere parti della tua vita e allora il giorno del tuo compleanno non è più quello in cui sei nato, o almeno non quello in cui sei venuto al mondo. Il compleanno diventa il giorno in cui sei nato per la seconda volta, sbarcando in una terra straniera dopo un viaggio spaventoso e pericoloso, tra persone che non ti conoscono e che non sai come ti accoglieranno, dovendo imparare a parlare di nuovo perché la tua lingua non viene compresa e tu non comprendi quella degli altri.
Ricominciare tutto, costruirsi una nuova vita, rinascere appunto.
Il compleanno di Moussa oggi coincide con il suo arrivo in Italia, a Lampedusa, il 29 aprile del 2011.

 
 
 
 
 
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MIMI
“Se mandi una bambina a scuola, non istruisci solo quella bambina, ma dai l’istruzione a un popolo intero”.

Nata in Burkina Faso e cresciuta in Mali, oggi Mimì vive a Palermo e da alcuni anni lavora come mediatrice culturale per Medici Senza Frontiere. Ogni giorno ascolta storie difficili, aiuta le persone a raccontarle, offre il suo ascolto e il suo sorriso.
Ma anche per lei gli inizi non sono stati facili: arrivata in Italia, i suoi studi non vengono riconosciuti e per mantenersi lavora anche come donna delle pulizie.
L’incontro con Human Rights e poi con Medici Senza Frontiere cambia le cose. Insieme a una collega, fonda il progetto “Women and girls spaces”, proprio in virtù di quel senso di solitudine e di spaesamento che lei stessa ha provato.
“Non siamo abituate a essere ascoltate noi donne africane, c’è bisogno di un cambiamento e se posso io voglio contribuire a quel cambiamento”.
Mi racconta di un proverbio in bambara “per quanto tempo un tronco passi in acqua, non diventerà mai un coccodrillo”, e mi spiega quanto questo significhi che le proprie radici, nonostante tutto, restano le fondamenta su cui costruiamo noi stessi.
Quante linee della vita Mimì ha aiutato a ricostruire: fiori, sassi, candele.
E nella sua, di vita, più fiori, più sassi, più candele? “Io non ho poi tante pietre, ma candele si. Ho perso due fratelli e poi mia mamma, lei è stata la mancanza più grande, ma oggi sono madre anche io, la vita continua”.

 
 
 
 
 
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TANVIR
“Nelson Mandela è una delle grandi figure storiche da cui prendo ispirazione: un grande uomo, con ideali veri”.

Dal Bangladesh all’Italia, Tanvir è appassionato di storia e preistoria e di cucina. Prima dell’italiano, ha imparato un po’ di napoletano, ne ridiamo insieme mentre passeggiamo sotto la pioggia che oggi non vuole darci tregua.
Quando gli chiedo di definire il coraggio, lui mi parla della forza, dice che è quella che devi avere per andare avanti nella vita e mi cita le parole dell’ex Presidente Indiano, A.P.J. Abdul Kalam: “Chi cammina con forza non perde mai. Il fallimento è una prova, se ti manca qualcosa fai di tutto per ottenerlo, lotta e abbandona il sonno finché non hai successo”.
Preferisce non mostrare il volto Tanvir, perché non è facile lasciarsi alle spalle le paure che lungo il viaggio ti hanno accompagnato. Eppure è sereno mentre mi racconta una fiaba che gli piaceva ascoltare quando era bambino, o dei lavori agricoli nei quali amava impegnarsi con suo padre e i suoi zii o delle ricette che prepara mentre ascolta podcast dedicati alla storia.
Oggi ha un solo sogno, poter vivere con dignità, anche con il minimo indispensabile, ma circondato dagli affetti.
Per lungo tempo Tanvir ha avuto problemi di insonnia e incubi: il pensiero sempre rivolto a quel fratello che con lui ha affrontato il viaggio ed è rimasto in Libia.
“Avevo degli auricolari bluetooth, me li aveva regalati mio padre perché potessimo restare in contatto. Non li ho più, era tutto ciò che mi rimaneva del mio paese, della mia famiglia. Ora restano i ricordi”
Ci salutiamo, guardo Tanvir allontanarsi sotto la pioggia e penso alla sua ultima frase “per vivere sereno fino alla fine dei miei giorni, mi basterebbe poter mangiare riso e lenticchie insieme alla mia famiglia”. Quella famiglia che, nella speranza di un futuro diverso, sei costretto a lasciarti alle spalle.

Tanvir è arrivato all’ambulatorio di Palermo a dicembre 2024. Oggi vive in un centro di accoglienza e frequenta un corso di alfabetizzazione di secondo livello.
 
 
 
 
 
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SOHUAIL
“Avere coraggio significa non lasciare nessuno indietro”.

Souhail ha lasciato il suo paese perché la sua lotta per la democrazia e i diritti umani gli si era cucita addosso come un vestito troppo stretto.
Arrestato e punito per i suoi ideali, lui che dell’attenzione all’altro aveva fatto il suo credo.
In Tunisia lavorava con l’ippoterapia per aiutare persone fragili: “non c’è niente di più bello di veder sorridere un bambino. I cavalli sono audaci, coraggiosi, nobili. Dalla preistoria hanno sempre accompagnato e sostenuto l’essere umano, lavorare con loro è come volare senza bisogno delle ali”.
Usa spesso metafore che hanno a che fare con i cavalli, Souhail. Neppure ciò che gli è accaduto al suo arrivo in Italia l’ha portato a smettere di amarli. Aveva trovato lavoro nel mondo dell’equitazione. Un giorno però, un cavallo lo colpisce malamente e Souhail si ritrova abbandonato fuori da un ospedale: “ho lottato per degli ideali che forse non esistono”, mi dice.
Eppure quando gli chiedo la sua canzone preferita intona “heal the world”, per ciò che il testo insegna.
E parliamo di filosofia, di quanto ami leggere Camus anche se ora non ha più un posto tranquillo dove farlo. I dormitori infatti, spesso sono luoghi di passaggio, non hai mai un posto tuo, non sai mai se dormirai nello stesso letto e intorno c’è sempre rumore e tante altre persone che come te si adattano e tentano di ritagliarsi un poco di privacy laddove la privacy ha smesso di essere un diritto.
Capita di incontrare persone che sembra di conoscere da sempre.
Capita di fare incontri che cambiano il nostro sguardo sul mondo.
È terribile che Souhail abbia dovuto lasciare il proprio paese, ma siamo fortunati ad averlo qui perché certe persone sono nutrimento per chiunque le incontri. 

Souhail è arrivato all’ambulatorio di Palermo a ottobre 2024. Oggi vive in un centro di accoglienza, frequenta la terza media ed è molto coinvolto nel mondo dell’attivismo cittadino
 
 
 
 
 
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STANLEY
“Mi manca percorrere la strada che prendevo per andare a scuola quando ero piccolo. Era sempre la stessa, ma ogni giorno succedeva qualcosa di diverso: questa penso si possa definire nostalgia”.

A Stanley manca la Nigeria. Ormai è in Italia dal 2016 e oggi parla anche con un lieve accento siciliano, ha un lavoro che ama, una compagna, amici, hobby ed è felice.
Però i ricordi ogni tanto arrivano e con questi la nostalgia: la cosa che più vorrebbe ora, mi dice, è assaggiare di nuovo il cibo di casa.
Della nostalgia di casa sembra difficile parlare, come fosse una colpa, come fosse sbagliato essersene andati sentendo un peso sul cuore.
Lasciare la propria terra per un futuro diverso, per un sogno. Affrontare il mare, più volte, come nel suo caso, aver paura di morire perché, e questo Stanley lo dice con fatica, non sapeva e non sa tutt’ora nuotare.
Perdere tuo padre mentre sei lontano, costruirti una vita altrove, superare il lutto o almeno provarci portandoti addosso la nostalgia e il fatto di non averlo potuto abbracciare per l’ultima volta.
Lasciare la propria casa è anche questo: recidere legami o comunque convivere con la loro assenza.
Oggi Stanley aiuta i ragazzi che come lui hanno intrapreso il viaggio. Li rassicura, li aiuta a orientarsi, a sentirsi meno soli e li accompagna nel recupero della loro autonomia.
Non deve esser facile ripercorrere ogni giorno un pezzo di storia che è in parte anche la tua. Eppure è proprio quello che gli operatori sociali fanno.
“Comunque è vero che mi manca il cibo di casa però in Sicilia ho scoperto una vera droga: il pistacchio, cioè, come ho fatto a vivere senza per tanti anni”?
Ci salutiamo, Stanley deve accompagnare un altro ragazzo a una visita medica.
Afferra il portachiavi della moto: vi sono appesi un piccolo pistacchio in plastica e una conchiglia che viene dalla Nigeria.

 
 
 
 
 
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ABDOULIE
Abi, come lo chiamano tutti, è in Italia dal 2014 e a oggi lavora come mediatore culturale. Quando ha lasciato il Gambia l’ha fatto da solo, nascondendolo persino ai propri genitori: l’unico a sapere delle sue intenzioni, il fratello.
Una borsa con qualche vestito, i soldi, il telefono, lo stretto necessario e poi via, senza salutare nessuno, nemmeno tua madre che ti vede strano, agitato, ma alla quale menti, per non rischiare di cambiare idea, per non ascoltare parole che potrebbero farti desistere. Tutti sanno quanto sia pericoloso il viaggio.
Abi i genitori non li ha più rivisti, sono morti entrambi mentre era lontano. Eppure, per lui il viaggio, oltre che paura, incertezza e pericolo è stato anche bellezza.
“Mentre ero nel deserto sapevo di rischiare la vita però pensavo anche Wow! Che meraviglia! Tutte queste dune, il cielo così pieno di stelle…”.
Durante il viaggio nel Mediterraneo, Abi ha rischiato di annegare: il gommone sul quale lui e altre decine e decine di persone erano stipate come nelle immagini che tutti conosciamo, aveva iniziato ad imbarcare acqua e Abi non sapeva nuotare. Il suo primo pensiero è stato quello di trovare un modo per migliorare la situazione.
Delle 5 paia di pantaloni che ha indosso, due o tre finiscono a raccogliere l’acqua che continua a entrare nel gommone: si concentra su quel gesto, probabilmente inutile ma capace di tenerlo il più calmo possibile date le circostanze. Nel buio, mentre sembra di affondare, sente le urla disperate di un ragazzo, parla il suo stesso dialetto e continua a ripetere che stanno per morire tutti. Abi inizia a rassicurarlo, a dirgli che tutto si sarebbe sistemato.
“Non ho mai più rivisto quel ragazzo ma abbiamo condiviso dei momenti molto forti. Se penso al mio viaggio, penso a tutte le persone che ho incontrato. La verità è che io sono grato e non mi sono mai pentito della scelta che ho fatto”

 
 
 
 
 
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OUSMAN
“Avevo una foto di mia madre. Si vedeva lei mentre lavorava nei campi. Non ho più quella foto, però me la ricordo bene: la sua forza è quella che mi ha consentito di andare avanti, ogni volta che la guardavo mi dava coraggio”.

È difficile per Ousman parlare dell’infanzia, il ricordo della scuola coranica, delle umiliazioni, delle botte è ancora troppo vivo. Ha affrontato il deserto algerino, un cimitero a cielo aperto dice, e la Libia, ha vissuto la fame e la paura; quella foto, la foto di sua madre, sempre vicina per dargli coraggio.
Ora che la fotografia non c’è più, persa o andata distrutta, porta quell’immagine nei ricordi e intanto pensa a ciò che vorrebbe fare per il futuro: una scuola per diventare saldatore.
Racconta che è facile perdersi, sbagliare compagnie, sbagliare amicizie quando si è soli e disperati ma che bisogna mantenere chiaro il proprio focus: lui è qui perché vuole una vita migliore. Vuole studiare, vuole lavorare e poi avere una famiglia e diventare genitore.
Intanto, prova a riprendersi un po’ di quella infanzia negata, e quando non studia ama giocare a calcio sul lungomare e ascoltare canzoni: una tra le sue preferite è cantata da Jizzle, un artista gambiano. Parla di coraggio, di pazienza e di saper attendere il proprio turno: “mi emoziona questa canzone, perché è come se parlasse di me. Ho superato tante difficoltà per essere qui, ora si tratta di avere ancora un po’ di pazienza…solo un po’ di pazienza”.

Ousman è arrivato all’ambulatorio di Palermo a febbraio 2024. Oggi vive in un centro di accoglienza, ha conseguito la licenza media e lavora in un noto ristorante della città con un contratto a tempo indeterminato.

MOSTRE
BERGAMO
Fotografica Festival – Monastero del Carmine
11 ottobre – 9 novembre 2025

Nell’ambito di Fotografica Festival per la prima volta in mostra “Restano i fiori – l’identità che sopravvive alla tortura”. Il progetto intreccia fotografie, video, immagini Instax, testi e registrazioni audio create insieme ai partecipanti: persone migranti sopravvissute a torture e violenze affiancate dagli operatori di MSF. Un progetto multimediale che celebra la resilienza della vita anche nei momenti più bui e che vuole essere un tributo alla memoria e alla speranza, un invito a ricostruire e a trovare serenità anche quando tutto sembra perduto. ‘Restano i fiori’ non è solo una mostra: è un invito a guardare, ascoltare e comprendere. La videoinstallazione, curata e realizzata con Diego Ronzio, inoltre, valorizza ulteriormente gli elementi di bellezza e forza che continuano a esistere, nonostante tutto.

MALEGNO (BS)
Museo Le Fudine
18  – 22 aprile 2026

Cosa rimane dell’essere umano quando dolore, guerra e sofferenza entrano nella sua vita? Ce lo domandiamo spesso in questi tempi di conflitti e di forte instabilità, e se lo domandano sia coloro che vivono nei luoghi martoriati dalle guerre che coloro che li raggiungono per prestare soccorso e aiuto. Valentina Tamborra, fotografa e giornalista, ha cercato una risposta nei momenti da lei immortalati e ora presentati nella mostra multimediale “Restano i fiori”, allestita al Museo Le Fudine di Malegno dal 18 al 22 aprile. L’esposizione di Tamborra s’inserise all’interno di un progetto avviato a Palermo da Medici Senza Frontiere dedicato all’assistenza e alla riabilitazione di persone migranti sopravvissute a torture e violenze intenzionali. La fotografa si è soffermata sui temi dell’identità e della memoria, trovando nelle storie da lei incontrate il minimo comune denominatore della resilienza umana di fronte alla violenza. La mostra mette al centro, dunque, ciò che resta: frammenti di vita, ricordi, legami, rappresentati da oggetti e scene di un quotidiano intimo e simbolico, come dei fiori, una pietra o una candela, che diventano simboli di una narrazione che custodisce la memoria, ricostruisce una storia spezzata e restituisce dignità. L’autrice ha intrecciato fotografie, video, immagini Instax, testi scritti e tracce audio realizzate insieme ai pazienti presi in carico da Medici Senza Frontiere, offrendo loro uno spazio in cui tornare protagonisti della propria narrazione. Ogni partecipante è stato invitato a condividere aspetti della propria vita e della propria storia; un invito a valorizzare gli elementi di bellezza e forza che continuano a esistere, nonostante tutto. La mostra, organizzata con il supporto del Comune di Malegno e Altopiano del Sole e di alcune realtà culturali del territorio, tra cui Spazio STORiE, sarà inaugurata sabato 18 alle ore 17:30, alla presenza di Tamborra e di Diego Ronzio, che ha realizzato video e musiche. Gli orari di apertura sono sabato dalle 17:30 alle ore 22:00, domenica dalle 10:00 alle ore 12:00 e dalle 16:30 alle ore 21:30 e da lunedì a mercoledì dalle 16:30 alle ore 21:30.