Giocare è una cosa seria

La notte fra il 23 e il 24 agosto il centro Italia è stato sconvolto dal primo terremoto che porterà a quello distruttivo, magnitudo 6, del 30 ottobre.
Lo scenario che è apparso il giorno dopo è simile a quello di un bombardamento. Case sventrate, strade ridotte a cumuli di macerie. Nulla è più come prima.
“La nudità esposta”, ogni oggetto, ogni guscio intimo, se non è andato distrutto è mostrato al mondo, senza più pudore. Letti, vestiti, tazze, giocattoli, fotografie, libri: i beni sparsi fra le macerie, i ricordi più cari esposti allo sguardo di tutti.
Quando la terra smette di tremare, si fanno i conti: 283 i morti, 40.000 gli sfollati fra uomini, donne e bambini.
Alcuni paesi, come Pescara del Tronto, non esistono più.
Vite spezzate, famiglie distrutte.
I sopravvissuti devono fare i conti con ciò che resta.
E se per un genitore ciò che conta è aver messo in salvo i propri figli, per quegli stessi figli, per quei bambini, cosa è più importante?
Un’infanzia serena, fatta di gioco, scuola, pomeriggi con gli amici. Tutto questo è “Ieri”.
L’oggi è un presente carico di paure.
Eppure, qualcosa si è salvato.
Un bambino resta tale anche nella tragedia più dura. E’ il gioco a salvarlo. Quel “facciamo finta che” capace di farlo sognare.
Cosa hanno salvato del loro passato? Cosa resta a ricordar loro i giorni sereni ?
Una bambola, una copertina, un pupazzo, una macchinina….
Quella notte hanno messo in salvo il loro bene più grande.
Mentre la terra tremava e tutto intorno era buio e spaventoso, le loro manine hanno stretto ciò che dava fiducia.
“Giocare è una cosa seria, anzi tremendamente seria”, lo diceva Johann Paul Friedrich Richter.
E noi attraverso quel gioco vogliamo raccontarvi la storia di questi bambini e delle loro famiglie.
Perché che sia una bambola, un pupazzo, una copertina, una macchinina poco importa. E’ parte dei loro giorni felici, quelli che, grazie all’attività degli operatori de “L’Albero della Vita”, a un anno da quella terribile notte, sono tornati a vivere.